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Partito Democratico - Emilia-Romagna
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Conferenza per il Lavoro: persone, lavoro democrazia

17 giugno 2011 - 18 giugno 2011

Pubblicato in: Iniziative pubbliche

Allegati 1 - Indicazioni sulla conferenza nazionale del lavoro di Genova

Le riflessioni e le proposte presentate di seguito riflettono l’impianto ed i contenuti del documento Sviluppo, lavoro, welfare: le proposte del Pd per il "diritto unico" del lavoro


1. Il lavoro nell’epoca “dopo Cristo”
La grande riorganizzazione capitalistica su scala globale avvenuta negli ultimi decenni sospinta dalle politiche neoliberiste, ha fatto del lavoro nelle economie mature il soggetto perdente, con il forte aumento della disoccupazione, specie giovanile, il peggioramento delle condizioni di lavoro, la stagnazione delle remunerazioni. È stato inciso non soltanto il tenore di vita delle famiglie operaie, ma in generale sono state coinvolti larghi settori delle classi medie, sia in termini di condizioni effettive che di prospettive.

Il lavoro nel suo complesso e non solo quello delle fasce più deboli e meno qualificate, si è impoverito economicamente e svalutato socialmente.

La crisi finanziaria esplosa nel 2008 segna il punto di rottura di un equilibrio insostenibile. Trova le sue vere origini proprio nella ripartizione del reddito e della ricchezza sempre più diseguale, a vantaggio di un capitale finanziario che non conosce frontiere, mentre sindacati e politica rimangono imprigionate nella dimensione nazionale. L’asimmetria nei rapporti di forza tra capitale e lavoro, tra economia e strumenti regolativi dello Stato-nazione, ha messo e mette in competizione al ribasso il lavoro e recide i rapporti sociali ed i legami territoriali che avevano connotato e temperato in passato il “fare impresa”.

Va riconosciuto che i processi che continuiamo a definire “crisi” rappresentano, in realtà, una grande transizione geo-economica, geo-politica, tecnologica, demografica e sociale. Pertanto, non ha senso cercare, lungo le vie del passato, il ritorno alla situazione ex-ante. Se l’Unione europea compie dei passi avanti nell’integrazione delle politiche economiche queste, sotto l’influenza dei governi di centro – destra, purtroppo non cambiano di segno. Non si coglie che siamo in una fase di straordinario cambiamento, da leggere ed affrontare con un paradigma culturale alternativo, centrato sulla persona che lavora, orientato a coniugare l’efficienza produttiva e la valorizzazione del lavoro.

Il primo ostacolo da rimuovere per cogliere le discontinuità del tornante storico in cui ci troviamo è l’ostinato ed ideologico attaccamento nei media, nell’accademia, nella politica alle ricette di ieri. Dobbiamo costruire le condizioni culturali e politiche per ridefinire il compromesso sociale tra capitale, impresa e lavoro. Il lavoro non può essere la variabile di aggiustamento dell’economia su cui scaricare i costi della competizione globale. Non solo non è giusto, ma non funziona. La valorizzazione del lavoro, della persona che lavora, e la correzione delle disuguaglianze nei redditi e nelle opportunità è la strada maestra per uscire dalla crisi. Finita la finanza facile che l’aveva drogata, la domanda globale è frenata dalle crescenti diseguaglianze. E va ricordato che la produttività del lavoro dipende solo in minima parte dalla responsabilità dei lavoratori(trici).

E’, innanzitutto, il risultato di una pluralità di fattori quali gli investimenti dell’impresa, l’impegno per la formazione, la qualità del management e, ancora, le condizioni di contesto, ossia dalle riforme strutturali (dalle pubbliche amministrazioni al fisco, dalla apertura alla concorrenza dei mercati di beni e servizi, alla scuola e all’università), la politica industriale e delle infrastrutture e, non ultimo, la funzionalità dell’assetto politico-istituzionale, incluse le regole delle relazioni industriali e della democrazia nei luoghi di lavoro, il livello di legalità e di civismo.

Va affermato che l’interesse del capitale e dell’impresa non è l’unico interesse in campo e tanto meno coincide con l’interesse generale. Anche “dopo Cristo” i lavoratori vanno riconosciuti come soggetto autonomo portatore di un interesse distintivo. Parziale, così come parziale è l’interesse del capitale e dell’impresa. Riconoscere questa differenza non vuol dire riproporre una visione antagonista, minoritaria e perdente. Vuol dire affermare che soltanto un patto tra diversi interessi può portare ad un nuovo equilibrio propulsivo per il successo competitivo delle imprese, il miglioramento del reddito e delle condizioni dei lavoratori(trici), il benessere della comunità. In tale contesto, il conflitto non è un fine in sé ma uno strumento della dialettica sociale.

Insomma, la modernità economicistica propugnata dalle destre e dall’aziendalismo miope non è l’unica modernità possibile. Certo, le condizioni del lavoro non sono indipendenti dal contesto della produzione. I diritti non possono essere astratti dalle condizioni materiali e dai rapporti di forza. Ma la regressione del lavoro non è una risposta moderna. Non funziona sul piano macroeconomico ed è inaccettabile sul piano etico.

Senza indulgere in concezioni “lavoristiche” ormai datate, occorre riconoscere che il lavoro non ha oggi nella costruzione dell’identità della persona una funzione totalizzante come in passato, in ragione della crescita di altri interessi e dimensioni dell’agire umano (dal consumo alle relazioni produttive extra-mercato). Tuttavia, resta, nella generalità dei casi, non solo lo strumento indispensabile per ottenere i mezzi necessari al sostentamento di sé e della propria famiglia, ma un fattore determinante di autorealizzazione personale, di integrazione e di riconoscimento sociale, di partecipazione attiva alla vita della comunità, di esercizio pieno dei diritti di cittadinanza. L’orizzonte del lavoro è, nelle parole della “Caritas in veritate” di Benedetto XVI, il neo-umanesimo integrale.

Creare le condizioni per uno sviluppo sostenibile sul piano ambientale, economico e sociale affinché tutte e tutti possano accedere ad un lavoro di qualità, sia esso nell’ambito del lavoro dipendente o di attività autonome frutto dell’iniziativa individuale, significa operare per un modello di sviluppo allo stesso tempo più produttivo e più umano, favorire la stabilità e la coesione sociale, rafforzare le basi della democrazia come indica la Costituzione.

Noi siamo per una modernità alimentata dalla dignità del lavoro. Una sfida difficile, ma possibile. È il tratto distintivo dell’identità del Partito Democratico.

2. La situazione italiana
Il nostro paese vive una vera propria emergenza lavoro, acuita dalla crisi economica internazionale, ma che affonda le sue radici in un mercato del lavoro strutturalmente caratterizzato da bassi tassi di occupazione, specie per le donne e i giovani, così come da molteplici dualismi di genere, generazionali e territoriali che i dati relativi al Mezzogiorno manifestano nelle forme più gravi.

A Marzo scorso, il tasso di occupazione è stato ancora al livello più basso dall’inizio della crisi. Solo l’utilizzo degli ammortizzatori sociali di cui le imprese hanno ripreso ad avvalersi fortemente nell’ultimo periodo, ha impedito l’ulteriore diminuzione del numero statistico degli occupati. È vero che il tasso di disoccupazione italiano (8,4%) è inferiore a quelli europei (UE 9,6%, Eurozona 10,1%). Ma, come ha segnalato la Banca d’Italia, esso è sottostimato visto che le statistiche non prendono in considerazione i cassaintegrati a zero ore e il rilevante numero di persone che, scoraggiate, cessano di cercare un lavoro e vanno ad ingrossare le schiere degli inattivi. Una misura più realistica colloca il tasso di disoccupazione intorno al 13%.

L’aspetto più preoccupante è la disoccupazione giovanile salita quasi al 30%. È un furto di futuro per le giovani generazioni già gravate da un tardivo inserimento nel mercato del lavoro e da rapporti di lavoro precari, spesso ripetuti nel tempo. Tuttavia, l’insicurezza del lavoro investe ormai anche i lavoratori(trici) cosiddetti “garantiti”, ossia quelli con contratto a tempo indeterminato in imprese con oltre 15 dipendenti, come provano i dati sulla perdita di lavoro, l’esteso ricorso alla cassa integrazione e il moltiplicarsi delle vertenze per le aziende in crisi.

Il peggioramento delle condizioni del lavoro e di reddito si è tradotto in una maggiore fragilità economica delle famiglie, peraltro non solo non sostenute dalle politiche di welfare, ma pesantemente colpite dall’aumento di tariffe e tasse e dai tagli lineari e ciechi alla scuola, all’università, alle prestazioni sociali ed ai servizi pubblici offerti da Regioni, Province e Comuni. Molte si sono impoverite, in particolare quelle numerose o monogenitoriali e residenti nel Mezzogiorno. I decreti attuativi del federalismo fiscale inaspriscono le scelte degli ultimi anni, regressive sul piano sociale e territoriale.

A fronte di questa realtà, il governo del centro-destra, che per lungo tempo ha perfino negato la gravità dell’impatto della crisi sul nostro paese, non ha assunto le iniziative necessarie né per favorire la ripresa della crescita né per sostenere l’occupazione. Abbandonata la politica industriale ereditata dal Governo Prodi (“Industria 2015”; crediti di imposta per investimenti, innovazione e ricerca; stanziamenti per la banda larga e le bonifiche industriali) e disinteressato a definire qualsivoglia alternativa, il Governo non è stato in grado di accompagnare il sistema delle imprese nella complessa fase di riorganizzazione produttiva a cui esso è sottoposto. Ha lasciato soli i lavoratori e i sindacati (il caso Fiat è emblematico da questo punto di vista) a farsi carico delle esigenze di produttività e di competitività delle aziende.

Per la competitività, anziché alle riforme, il centro-destra ha puntato ad un ulteriore regressione delle condizioni del lavoro. Basti pensare a certe disposizioni del così detto “collegato lavoro” o alla cancellazione delle norme contro le dimissioni in bianco approvate nel 2007 a tutela delle lavoratrici madri. Per la stabilizzazione dei rapporti di lavoro, ha agito in controtendenza rispetto alle misure di contrasto alla precarietà avviate dal “Protocollo sul Welfare” del governo Prodi del 2007, sottoscritto dalle parti sociali ed approvato con il voto di 5 milioni di lavoratori(trici).

La possibilità di contrastare e costruire un’alternativa a tale involuzione è stata significativamente ridotta dalla profonda divisione sindacale, fattore di indebolimento dei lavoratori(trici). Noi, nel rispetto dell’autonomia delle parti sociali, tentiamo di promuovere la comprensione delle diverse culture sindacali di fronte al passaggio di fase in corso e favorire la convergenza su punti fondamentali, come le regole della rappresentanza e della democrazia nei luoghi di lavoro.

3. Rimettere in moto l’economia
La possibilità di riassorbire la disoccupazione e di creare opportunità di lavoro, specie per le donne e i giovani, dipende, innanzitutto, dalla crescita dell’economia. Nel caso italiano questa è invece stagnante da troppo tempo, mentre anche le deboli prospettive di ripresa previste per l’Europa vedono in coda il nostro paese.

Ritrovare il cammino della crescita duratura e sostenibile richiede sia riforme strutturali in grado di liberare il sistema economico dalle costrizioni burocratiche e corporative e dalle rendite di posizione che lo frenano, sia un programma di investimenti infrastrutturali, pubblici e privati e politiche industriali per innalzare la specializzazione produttiva dell’Italia. È un cammino decisivo per ridurre i divari nord sud e mettere, quindi, in valore le potenzialità di sviluppo del Mezzogiorno nell’interesse dell’intero paese.

La strategia delle riforme riguarda ambiti diversi ma intrecciati tra loro: il fisco, per ridurre innanzitutto il peso del prelievo sul lavoro e sulle imprese e concorrere ad una meno sperequata distribuzione del reddito e della ricchezza; i mercati dei servizi alle persone ed alle aziende da sottoporre ad una forte liberalizzazione; le pubbliche amministrazioni, da riorganizzare a tutti i livelli in funzione di una maggiore efficienza e della qualificazione del lavoro pubblico.

Quanto alla politica degli investimenti pubblici e dell’incentivazione di quelli privati, gli interventi vanno rivolti in via prioritaria ad aumentare la produttività e la competitività dell’industria manifatturiera e dell’intero settore dei servizi. La sostenibilità ambientale, da vincolo, deve diventare motore di innovazione, di occupazione qualificata e di crescita. Per innalzare la produttività e contrastare la precarietà dobbiamo prima di tutto puntare sull’innovazione, la ricerca, il capitale umano così come sul completamento e sull’ammodernamento delle infrastrutture materiali e della logistica.

Un disegno di questa portata deve necessariamente misurarsi con i vincoli di finanza pubblica e con l’impegnativo ma ineludibile percorso di riduzione del debito. Ma deve essere chiaro che, senza una politica economica alternativa, orientata alla crescita e al lavoro, non si abbatte il debito pubblico. Per finanziare il cambio di strategia, si deve attuare una profonda riorganizzazione del settore pubblico per una connessa riduzione della spesa a tutti i livelli, per eliminare sprechi e riqualificare i servizi ai cittadini ed alle imprese (vedi “Un settore pubblico di qualità per rilanciare l’Italia”, documento approvato all’Assemblea Nazionale di Febbraio 2011). Inoltre, va ridefinita la governance e gli obiettivi per un utilizzo più intenso ed efficiente, in particolare nelle regioni meridionali, dei fondi strutturali europei (vedi “Per il Mezzogiorno, per l’Italia”, documento approvato all’Assemblea Nazionale di Febbraio 2011). Sul versante delle entrate, va realizzata uno spostamento del carico dal lavoro e dall’impresa alla rendita ed ai redditi da capitale (ad esclusione dei titoli di stato) e recuperate risorse dall’evasione e l’elusione fiscale, ancora oggi di proporzioni eccezionali rispetto alla media europea (vedi “Fisco 20, 20, 20”, documento approvato all’Assemblea Nazionale di Ottobre 2010).

Per le prospettive di rilancio della crescita nel nostro paese è decisivo l’orientamento macro-economico dell’Unione Europea. E’ quindi di grande importanza che questa abbandoni la politica economica restrittiva e la deriva mercantilista seguita fin qui per dotarsi di un “motore” autonomo di domanda con il duplice obiettivo di innalzare e di riequilibrare la crescita nelle diverse aree della moneta unica. Le scelte comuni dei governi di centro-destra prefigurano, invece, interventi di contenimento della dinamica salariale e della spesa sociale ed una gestione inadeguata dei debiti sovrani. Suscitano, pertanto, un rifiuto corale da parte del movimento sindacale europeo in quanto non sono in grado di cogliere gli obiettivi di crescita e di occupazione che pure vengono ventilati. Dopo aver scaricato sulle spalle dei cittadini il reperimento delle risorse da impiegare nel salvataggio del sistema bancario e finanziario, l’UE continua ciecamente a proporre un’austerità a senso unico a danno dei lavoratori(trici). Così si consolidano stagnazione ed elevata disoccupazione e si mette a rischio la moneta unica.

I cardini di una politica economica alternativa orientata alla crescita ed al lavoro sono una soluzione adeguata per la sostenibilità dei debiti sovrani, uno “standard retributivo” per legare la dinamica reale delle retribuzioni all’andamento di una misura aggregata della produttività e un programma di investimenti comunitari per l’occupazione, l’ambiente e l’innovazione alimentato da risorse raccolte, in via principale, con l’emissione di titoli del debito pubblico europeo (eurobonds) e dall’introduzione di un’imposta sulle transazioni finanziarie, secondo le indicazioni del “Patto europeo per il lavoro e il progresso sociale” proposto dal PSE.

4. Rendere il mercato del lavoro più inclusivo
La crescita economica costituisce la pre-condizione per una maggiore occupazione. A complemento, è necessaria l’adozione di politiche specifiche volte ad aumentare la partecipazione al mercato del lavoro delle figure sociali oggi troppo debolmente presenti.

Come si è già visto, si tratta, in primo luogo, di donne e giovani. Il tasso di occupazione delle donne è largamente al di sotto delle medie europee ed è particolarmente grave nel Mezzogiorno, dove quasi due donne su tre non lavorano. A parte ogni altra considerazione, si tratta dal punto di vista economico di un spreco di grandi proporzioni.

Il raggiungimento del tasso di occupazione femminile del 60% al 2020, ossia 3 milioni di donne in più al lavoro entro la fine del decennio è l’obiettivo strategico al centro del Programma Nazionale di Riforma proposto dal PD. Una rivoluzione gentile non soltanto economica, ma sociale e soprattutto culturale.

Promuovere opportunità di lavoro per le donne richiede una pluralità di misure mirate. È decisivo potenziare i servizi di cura per la famiglia. Non a caso, la caduta dell’occupazione femminile avviene in corrispondenza della nascita del primo figlio. Quindi, asili nido e servizi di assistenza per le persone anziane non autosufficienti. Sul piano delle politiche, fiscali si tratta di rendere più vantaggiose per le imprese le assunzioni femminili e di introdurre detrazioni fiscali per i redditi da lavoro delle donne, in primo luogo per quelle con figli minori (vedi “Fisco 20, 20, 20”). Sul piano delle politiche del lavoro, occorre sviluppare il tempo parziale agevolato e volontario, facilitare il ritorno al lavoro dopo la maternità, rafforzare i congedi parentali secondo la direttiva europea e ogni altro intervento per favorire la conciliazione tra lavoro e famiglia; promuovere le pari opportunità nelle carriere professionali e le “quote rosa” nei Consigli di amministrazione.

Più in generale occorre sostenere il reddito del nucleo familiare, sostituendo gli assegni e le detrazioni fiscali oggi in essere, con un consistente contributo annuale per ogni figlio a carico a cominciare dalla fascia da zero a tre anni. A creare condizioni di maggior benessere delle famiglie può inoltre contribuire lo sviluppo, per via contrattuale, del welfare aziendale.

La condizione giovanile presenta oggi in Italia connotati di estrema gravità. Non solo, come si è visto, uno su tre è disoccupato, con punte più alte ancora una volta nelle regioni meridionali, ma si diffondono i rapporti di lavoro instabili e sottopagati, spesso poco in linea con la formazione acquisita. Inoltre, vi sono circa due milioni di giovani confinati in una sorta di limbo non essendo né studenti né lavoratori. Siamo quindi in presenza ormai di due generazioni segnate, per quanto attiene le loro prospettive di inserimento professionale e di realizzazione personale, da condizioni peggiori di quelle conosciute dalle generazioni precedenti, mentre ai loro bisogni materiali sopperiscono in larga misura le famiglie d’origine chiamate a svolgere un ruolo di ammortizzatori sociali “naturali”, sempre più difficile da esercitare per la riduzione dei redditi disponibili e l’assenza di una politica sociale di sostegno.

Tornare ad investire sui giovani è quindi essenziale per il futuro del paese sia dal punto di vista economico che della coesione sociale, anche in relazione ad un rapido invecchiamento della popolazione. La prima risposta da dare riguarda l’effettivo esercizio del diritto allo studio a partire dalla lotta alla dispersione scolastica, dal miglioramento dei percorsi educativi a tutti i livelli fino ad arrivare per quello universitario, alla realizzazione di un piano nazionale di borse di studio, assegnate in base al merito e con priorità ai giovani appartenenti alle famiglie con redditi più bassi. Occorre poi assicurare un efficace transizione tra scuola e lavoro. In questo quadro, si colloca la necessità di una riforma e di una rivalutazione del contratto di apprendistato, per restituirlo alla sua vocazione originaria di veicolo di primo ingresso nel mondo del lavoro, sottraendolo all’utilizzo improprio come strumento per l’abbattimento del costo del lavoro, e garantendo il carattere effettivo, qualificato e professionalizzante della sua componente formativa. Allo stesso tempo, occorre sviluppare le potenzialità dell’iniziativa autonoma delle giovani generazioni attraverso il rafforzamento degli interventi fiscali, creditizi e di altra natura, destinati ad incentivare e a sostenere l’imprenditorialità giovanile, l’avvio di attività professionali e di lavoro autonomo.

5. Combattere la precarietà
Le riforme realizzate nell’arco di più legislature hanno introdotto nel mercato del lavoro italiano importanti elementi di flessibilità, in particolare attraverso molteplici tipologie contrattuali atipiche, senza però che queste fossero corredate dai diritti e dalle tutele sociali che invece configurano la “flessicurezza” di stampo europeo. Lo squilibrio tra flessibilità e protezioni sociali, nel quadro di una specializzazione produttiva spesso povera, è all’origine di un’estesa precarizzazione dei rapporti di lavoro. L’uso distorto dei contratti atipici ha permesso una “fuga dal costo del lavoro e dai diritti”, come illusoria scorciatoia per la competitività, in alternativa a quella, di più alto profilo e durata, sorretta da maggiori investimenti nell’innovazione. Non a caso nell’ultimo decennio precedente alla crisi, a fronte della diffusione della precarietà a buon mercato, il rapporto tra capitale investito ed ore lavorate nelle imprese italiane si è ulteriormente allontanato dalle medie dei principali Paesi europei e il contenuto di innovazione incorporata negli investimenti effettuati è stato la metà di quanto rintracciabile negli investimenti di Germania, Francia e altre grandi economie mature. È qui la radice dell’anemia della produttività italiana che non si supera aumentando i ritmi di lavoro.

Per combattere la precarietà, è necessaria innanzitutto un’operazione culturale. Dobbiamo archiviare il paradigma sbagliato e subalterno del “meno ai padri, più ai figli”.

E’ un’impostazione efficace ad allontanare dal centro-sinistra i padri, senza riuscire, ad avvicinare i figli. Non ha senso economico, prima che politico, contrapporre la “generazione 1000 euro” dei figli, a quella 1200 euro dei padri. Il conflitto reale, infatti non è generazionale. È sociale. I padri “garantiti” con i contratti a tempo indeterminato nel contesto economico attuale sono una specie in via di estinzione nell’universo del lavoro privato per il prevalere di bassi salari e della crescente insicurezza del posto di lavoro. Per verificarlo, è sufficiente leggere i dati della Banca d’Italia sul drammatico impoverimento dei lavoratori dipendenti, operai ed impiegati, rispetto ad altre classi sociali. Oppure, si può prendere l’elenco dei circa 200 tavoli di “grandi crisi” aperti al Ministero dello Sviluppo Economico. L’apartheid del lavoro non riguarda soltanto i giovani precari. Riguarda tutto il lavoro dipendente esplicito o assimilato ed i settori deboli del lavoro autonomo e professionale. Pertanto, la soluzione non sta nel “contratto unico” e nella rimozione delle protezioni dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. I numeri indicano che la precarietà con l’art 18 ha ben poco a che fare. Tant’è che i contratti precari sono enormemente concentrati nelle micro-imprese e, in generale, nelle imprese con meno di 15 dipendenti, ossia le unità produttive fuori dallo Statuto dei Lavoratori.

Per tornare ad un utilizzo fisiologico della flessibilità in risposta a reali esigenze dell’organizzazione produttiva oltre che a particolari necessità, temporanee o meno delle singole persone, è necessario modificare le convenienze delle imprese, incentivando la stabilizzazione del lavoro e quindi il contratto a tempo indeterminato che del resto la stessa Unione Europea definisce come “forma normale del rapporto di lavoro”.

Si tratta di rendere i rapporti di lavoro stabili meno onerosi di quelli atipici ribaltando la situazione attuale mediante una graduale convergenza degli oneri sociali intorno ad un livello intermedio tra quanto oggi versato per i dipendenti a tempo indeterminato e quanto dovuto per i lavoratori(trici) con contratti atipici. Si tratta, inoltre, di aumentare la contribuzione per l’indennità di disoccupazione e di fine rapporto per questi contratti come per quelli a tempo determinato, salvo che questi abbiano un contenuto formativo.

Intorno alla strategia indicata, si articolano interventi complementari quali: l’abolizione del contratto di associazione in partecipazione; la delimitazione degli spazi di applicazione dei contratti a progetto, dei contratti a chiamata e del voucher; la restrizione del ricorso ai contratti a tempo determinato, come previsto del resto dal Protocollo sul Welfare del 2007, anche attraverso accordo tra le parti, per l’introduzione di limiti massimi di utilizzo per azienda o settore in rapporto al complesso dei lavoratori(trici) occupati(e), mentre va incentivata la loro trasformazione in rapporti a tempo indeterminato.

Un altro ambito in cui è urgente pervenire ad una regolazione più stringente è quello degli stages e dei tirocini oggi caratterizzato da frequenti abusi che colpiscono, in particolare, i giovani al momento del loro primo ingresso nel mondo del lavoro. Qui gli interventi devono riguardare i limiti di durata degli stages e dei tirocini; l’esclusione del loro utilizzo per attività manuali ed esecutive o in sostituzione di lavoratori (trici) dipendenti; la garanzia di un contenuto formativo e la fissazione di un compenso, mentre occorre prevedere agevolazioni fiscali e contributive per le aziende che assumono stagisti e tirocinanti alla fine del rapporto.

Questo insieme di provvedimenti di contrasto alla precarietà va infine completato dall’introduzione di un salario minimo legale (strumento presente in quasi tutti i paesi europei) stabilito in relazione a quanto previsto nei contratti collettivi nazionali di lavoro, al fine di creare una soglia non derogabile per la remunerazione di tutte le attività lavorative non altrimenti coperte per via contrattuale.

6. Riorganizzare ed estendere le tutele sociali
La frammentazione del mercato del lavoro ha approfondito le diseguaglianze tra le diverse figure di lavoratori(trici) al punto da rendere ormai indispensabile una riorganizzazione ed un estensione delle tutele sociali con l’obiettivo di realizzare una base comune di diritti, valida per tutte le forme di lavoro, privato o pubblico, dipendente, autonomo o professionale, per ricostruire la “cittadinanza del lavoro” nel XXI secolo.

Questa base comune, un diritto unico del lavoro, deve comprendere la garanzia del reddito nei periodi di disoccupazione involontaria; l’indennità di malattia, l’assicurazione per gli infortuni, il diritto al riposo e alle ferie; l’indennità di maternità, che dovrebbe essere riconosciuta tra i “diritti di cittadinanza” prevedendo il relativo finanziamento a carico della fiscalità generale.

E’ in questo quadro che va collocata la revisione e l’universalizzazione dell’indennità di disoccupazione e la riforma della Cassa integrazione guadagni e dell’indennità di mobilità sulla base degli orientamenti definiti nel Protocollo sul Welfare del 2007. La riforma di questi strumenti va completata con l’introduzione di un reddito minimo di inserimento sul modello del “Reddito di Solidarietà Attiva” per combattere la povertà e l’esclusione sociale, in particolare la povertà estrema e minorile. Inoltre, va affrontato il problema delle pensioni delle giovani generazioni di lavoratori e lavoratrici. Noi proponiamo un’integrazione dei contributi effettivamente versati attraverso una quota a carico della fiscalità generale. Inoltre, proponiamo il ripristino dell’intervallo per la scelta dell’età di pensionamento e allineamento dei requisiti per uomini e donne, in un quadro di misure compensative del maggior carico sociale e familiare di cui sono ancora, purtroppo, protagoniste le donne. Nella nostra iniziativa parlamentare, continuiamo a tentare di correggere ingiustizie e penalizzazioni introdotte nel sistema previdenziale con la manovra di Luglio 2010. Inoltre, portiamo avanti la proposta di totalizzazione dei contributi per permettere a tutti i lavoratori, le lavoratrici, dipendenti, autonomi, liberi professionisti di utilizzare ai fini della pensione tutti i contributi maturati in qualunque fondo previdenziale, senza penalizzazioni sul calcolo, a vantaggio, in particolare, delle generazioni più giovani per le quali la contribuzione ad un unico fondo previdenziale è ormai quasi un miraggio.

Come si è detto queste tutele devono essere estese, con modalità appropriate, anche ad artigiani, commercianti, professionisti e lavoratori autonomi, nell’ambito di uno “Statuto del lavoro autonomo e professionale” che includa anche misure fiscali, contributive e di altra natura volte a promuovere ed a sostenere lo sviluppo di questo tipo di attività.

Promuovere tutele più efficaci e generalizzate comporta anche che i rapporti di lavoro si svolgano in un contesto di trasparenza e di legalità. Qui, i problemi da affrontare sono di un duplice ordine. Su un primo versante, si tratta di intensificare la tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro rafforzando gli strumenti di controllo e le sanzioni per le violazioni di leggi e contratti e, nel contempo, di sviluppare l’azione di prevenzione. Un provvedimento importante in questo senso sarebbe indubbiamente l’esclusione dal prezzo degli appalti del costo del lavoro e di quello per le misure di sicurezza. Sul secondo versante, si tratta di operare per il rafforzamento della lotta al lavoro nero o comunque irregolare che in tutte le sue varianti, secondo stime recenti, è arrivato a coinvolgere quasi tre milioni di persone, inclusa una quota rilevante di immigrati, costretti non di rado, a vivere una realtà di sfruttamento e di degrado intollerabili.

E’ una situazione che richiede non solo il potenziamento delle azioni di contrasto ma anche l’incentivazione dei processi di emersione, mentre per quanto riguarda gli immigrati –di cui l’economia e la società italiane ed europee hanno bisogno– è indispensabile governare realisticamente l’ingresso regolare per scopo di lavoro e realizzare adeguate politiche d’integrazione sociale.

7. Riorientare le politiche del lavoro
Fin qui le politiche del mercato del lavoro si sono caratterizzate più in termini di sostegno al reddito e assai meno per capacità di attivazione della risorsa umana. Gli obiettivi della strategia Europa 2020, sottoscritti anche dal nostro paese, implicano il riorientamento di queste politiche in modo che esse siano effettivamente in grado di ridurre il tasso di inattività, favorire una più larga partecipazione delle donne e dei giovani al mercato del lavoro, sostenere il reinserimento al lavoro dei disoccupati, specie quelli over-45, e più in generale di facilitare la mobilità e le transizioni lavorative sempre più frequenti nella vita delle persone. Sono necessarie sia azioni mirate in relazione alle condizioni specifiche delle diverse figure sociali considerate per agevolarne l’occupabilità ed il potenziamento e la qualificazione della rete dei servizi pubblici e privati per l’impiego in un’ottica di complementarietà. Questi servizi devono porsi in grado di svolgere una più efficace opera di orientamento, di intermediazione e di tutoraggio per accompagnare le persone nella ricerca del lavoro.

La formazione è destinata ad avere un ruolo determinante vista l’obsolescenza e il basso livello delle qualifiche di gran parte dei lavoratori(trici) anche giovani, il disallineamento tra le competenze disponibili e le richieste del sistema produttivo ed il persistere di una segregazione settoriale di genere. Per rafforzare l’offerta formativa comporta di operare su piani diversi ma interconnessi: il miglioramento dei percorsi scolastici di base; il rafforzamento dell’orientamento professionale e il rilancio della formazione tecnica; l’effettivo raccordo tra istruzione, formazione e lavoro; lo sviluppo della formazione continua dei lavoratori(trici) con il riconoscimento e la certificazione delle competenze acquisite ai fini retributivi e della carriera lavorativa; una più organica cooperazione tra Stato e Regioni per una chiara ripartizione di funzioni e risorse finanziarie; uno sviluppo dell’azione delle parti sociali con la contrattazione e gli enti bilaterali.

Nella “società della conoscenza” la formazione continua dei lavoratori(trici) e più in generale l’apprendimento permanente per tutti i cittadini nelle diverse fasi della vita vanno riconosciuti come diritti della persona.

8. Un sistema di relazioni industriali efficiente
Tra i fattori destinati a contribuire alla competitività delle imprese e dell’intera economia ed a promuovere occupazione di qualità, figura il sistema delle relazioni industriali.

Questo nel nostro paese è da qualche tempo sottoposto a tensioni ed incertezze che spetta in primo luogo alle parti sociali superare, ma che non possono lasciare indifferente la politica. La democrazia nei luoghi di lavoro è componente fondamentale di una democrazia effettiva.

Il primo problema da affrontare riguarda la definizione delle regole relative alla rappresentanza ed alla democrazia sindacale, in modo da garantire sia l’esigibilità degli accordi sottoscritti e validati dai lavoratori(trici), sia la piena agibilità sindacale nell’azienda anche per le organizzazioni non firmatarie degli accordi. Già nel maggio del 2008 CGIL, CISL e UIL avevano approvato un documento unitario che, frutto di una mediazione tra punti di partenza diversi, era approdato a scelte condivise, in analogia alle norme in vigore per il pubblico impiego, per quanto riguarda: la misurazione e la certificazione della rappresentatività delle singole organizzazioni sulla base di un mix tra numero di iscritti e voti raccolti nelle elezioni delle RSU; la soglia per l’accesso ai tavoli negoziali; la soglia per la validità dei contratti e, infine, le procedure per il voto da parte dell’insieme dei lavoratori, una volta accettati gli accordi da parte dei tre sindacati.

Questo documento costituisce un’imprescindibile punto di riferimento per un’intesa fondata sull’ equilibrio tra le responsabilità negoziali delle organizzazioni sindacali e la partecipazione degli iscritti e di tutti i lavoratori(trici) alla validazione degli accordi sottoscritti, così da superare la pratica degli accordi separati e di favorire l’unità dell’azione sindacale.

Un secondo problema riguarda l’articolazione dei livelli contrattuali. Anche qui, il caso Fiat ha fatto da detonatore per la possibilità di rendere i contratti aziendali alternativi a quello nazionale. Nella condizione del nostro paese, questa soluzione non è accettabile poiché è indispensabile mantenere uno zoccolo di garanzie salariali e normative valide per tutti i lavoratori(trici) dello stesso settore produttivo. Altra cosa è invece riconoscere la necessità di sviluppare la contrattazione di secondo livello per meglio rispondere alle specifiche esigenze dell’organizzazione del lavoro delle singole realtà aziendali e per permettere l’articolazione di una politica retributiva più strettamente collegata a risultati aziendali. In quest’ottica, i contratti nazionali, fortemente ridotti di numero, dovrebbero assumere la veste di accordi-quadro per grandi ambiti produttivi e dei servizi.

Un terzo problema è rappresentato dall’esigenza di introdurre anche nel nostro paese forme e strumenti di partecipazione dei lavoratori(trici) nella governance delle imprese, recuperando un grave ritardo rispetto a quanto avviene da tempo nella maggior parte dei paesi europei. A parte poche esperienze di origine contrattuale e quanto deriva dalla trasposizione in diritto interno delle direttive dell’UE sui diritti d’informazione e consultazione e sui Comitati aziendali europei, la democrazia economica in Italia ha segnato il passo. Proprio nel momento in cui si chiede ai lavoratori(trici) una maggiore corresponsabilità per il successo dei piani produttivi delle aziende, occorre dare loro voce in capitolo nella definizione degli stessi, attraverso loro rappresentanti elettivi, così come prevedere che anche i lavoratori(trici) beneficino, per via negoziale, dei risultati economici dell’impresa.

9. Un progetto di futuro per il paese
A fronte dell’incapacità del centro-destra di realizzare politiche pubbliche in grado di affrontare efficacemente la crisi e di prefigurare, allo stesso tempo, nuove prospettive di sviluppo economico che evitino all’Italia un arretramento nella divisione internazionale del lavoro e fatalmente anche un ridimensionamento della sua influenza politica in Europa e nel mondo, il PD non si è limitato ad un’azione di denuncia e di contrasto del governo nella aule parlamentari e nel Paese. Ha messo in campo una sua proposta -il Programma Nazionale di Riforma– che, fondato sulle scelte contenute nei documenti approvati dall’Assemblea nazionale, intreccia, come è orami indispensabile fare, le politiche nazionali con quelle dell’UE e costituisce la cornice entro cui collocare, le azioni per la promozione dell’occupazione, la riunificazione del mercato del lavoro, la ridefinizione e l’estensione dei diritti e delle tutele del lavoro, qui proposte.

Per raggiungere gli obiettivi indicati, il PD ha presentato e tentato di mettere in agenda della Camera e del Senato progetti di legge ad hoc. Per quanto di competenza dei livelli territoriali di governo, il PD è impegnato a portare avanti gli obiettivi sopraesposti nelle Regioni, nei Comuni e nelle Province, sia da posizioni di maggioranza che di opposizione.

Le proposte del PD rappresentano anche una piattaforma su cui intensificare il confronto ed i dialogo con tutte le organizzazioni di rappresentanza del mondo imprenditoriale dell’industria, dei servizi, dell’agricoltura; con il movimento cooperativo; con le associazioni del lavoro autonomo e delle professioni, così come con le organizzazioni sindacali, nella convinzione dell’importanza del ruolo delle parti sociali per assicurare la crescita dell’economia e della buona occupazione, un’efficace e moderna regolazione del mercato del lavoro, una più equa distribuzione del reddito e, più in generale, un miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori(trici) e delle loro famiglie. E’ da un impegno convergente di tutti gli attori economici e sociali, come di altre espressioni della cittadinanza attiva quali le organizzazioni del Terzo settore, che possono venire non solo un contributo indispensabile per vincere le sfide con cui il paese deve misurarsi ma anche impulsi ed iniziative che sollecitino l’azione politica ad essere all’altezza del compito. E’ in questo spirito e nel rispetto della reciproca autonomia che il PD intende sviluppare, sul piano nazionale e nelle diverse realtà territoriali, i rapporti con il sistema delle imprese, il mondo sindacale e dell’associazionismo.

Fare del lavoro l’asse portante del progetto per il futuro dell’Italia non è una scelta puramente economica ma significa tornare valori e ai principi della Costituzione. Significa riconoscere che il lavoro resta elemento determinante per l’identità e la crescita delle persone e lo strumento con cui esse concorrono al progresso della società. Significa porre le basi di uno sviluppo più umano, più giusto e solidale.


per indicazioni sulla Conferenza nazionale del lavoro di Genova clicca qui

Località: Genova


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