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"Era giusto cambiare". Alla Bolognina, 20 anni dopo

13 novembre 2009

Pubblicato in: Iniziative pubbliche
Segnalato dal coordinamento di: Bologna

Achille Occhetto torna alla Bolognina. A vent'anni da quel 12 novembre 1989 in cui s'apriva un'altra storia per il comunismo e la sinistra in Italia. Insieme all'allora segretario del PCI ci sono Piero Fassino e Andrea De Maria, vent'anni fa, rispettivamente, dirigente nazionale del partito e segretario della FGCI bolognese. Siamo a poche decine di metri dal luogo della svolta, nella sede del Circolo PD Bolognina: "dobbiamo tanto - queste le parole di Antonio Monachetti, segretario del Circolo - alla coraggiosa scelta politica" di quei dirigenti.
"Era giusto cambiare", riconosce il segretario del PD bolognese De Maria, ma quel passaggio storico venne vissuto con ambivalenza: da un lato "il fascino di un mondo che cambiava e l'opportunità rappresentata dalla fine della guerra fredda", dall'altro "la paura e l'angoscia" di fronte alla possibile "crisi di un progetto di emancipazione". La più convinta era "la generazione che aveva fatto la Resistenza" e da Bologna, con la sua esperienza di governo riformista, venne una spinta importante. Oggi, conclude, la classe dirigente del PD deve avere altrettanto coraggio nell'affrontare il problema della "globalizzazione della democrazia".

L'Ottantanove era "lo spartiacque del Novecento", ricostruisce Occhetto: si poneva "il grande tema geopolitico della trasformazione del mondo". Ma "pochi, ed erano soprattutto giovani, lo capirono; anche nella DC e nel PSI: quel nuovo inizio era un problema per tutti, non solo nostro". Accanto all'esigenza di "un governo mondiale" si prospettava, con "la vittoria del socialismo democratico", la possibilità di "una formazione politica che parlasse a tutti i riformisti": si arrivò all'Ulivo ("un'occasione persa"), messo da parte per realizzare "il progetto, non riuscito, di un grande partito socialdemocratico". Il PD è riuscito a "far convivere i diversi riformismi", il problema per Occhetto è che lo ha fatto tramite "un'unificazione a freddo tra apparati": ci vorrebbe, piuttosto, "una contaminazione tra laici e cattolici, tra chi è più moderato e chi più radicale". Tre, poi, dovrebbero essere le priorità: "primato assoluto della libertà" (base dell'uguaglianza), "riconoscimento dei limiti del pubblico" (pur nel mantenimento del suo primato); ritorno alla questione morale. La sua speranza è che questa volta "dalla Bolognina", dopo un periodo di scissioni, si apra "finalmente un periodo di grandi unificazioni".

Infine Fassino ripercorre il percorso che ha portato il PCI a "modificare la propria identità politica e culturale", allontanandosi - già dagli anni Settanta, con Berlinguer - dall'URSS e avvicinandosi ai partiti socialisti e socialdemocratici europei. Quel PCI, che del resto aveva sempre preposto all'ideologia il rapporto con la società e la realtà, alla fine degli anni Ottanta doveva prendere atto dei limiti del comunismo e cambiare. Ma perché, nonostante tutto ciò, la Bolognina non fu fatta prima? Colui che, ultimo segretario DS, ha vissuto un altro momento epocale, fa notare come, oltre ad essersi riaperta, con Gorbaciov, la speranza illusoria di riformare il comunismo, si dovessero "fare i conti con le passioni, i sentimenti", la sofferenza di milioni di donne e uomini che nel comunismo avevano creduto: la nascita del PDS "non fu certo indolore". E nemmeno sufficiente: si aprì infatti il percorso che ha portato al Partito Democratico. Quella "casa comune dei riformisti" che ha dimostrato, eleggendo un segretario al di là degli steccati dei due vecchi partiti, di aver realizzato la contaminazione auspicata dal segretario della svolta della Bolognina.

Redazione www.pdbologna.org


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