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Il Due giugno dei Democratici

1 giugno 2010

Pubblicato in: Dichiarazioni

Questo il testo della nota di Roberto Balzani sul significato del Due giugno:

L'anniversario del Due Giugno trova un paese incerto, spaccato addirittura sul senso della Repubblica. L'attesa della seconda fase del "ciclo federalista" - quella che dovrebbe toccare le istituzioni - rende imbarazzante e quasi scomodo il ricordo del 1946 ai partiti e alla classe dirigente ora al governo. Nel contempo, la percezione della carta costituzionale come "grande libro" del destino comune - con i suoi articoli programmatici ancora alla radice delle aspirazioni e dei sogni collettivi degli italiani - resta appannaggio di un discorso pubblico che solo il Quirinale, con rigore e autorevolezza, riesce ancora a proporre attraverso i mezzi di comunicazione di massa.
Ma annegare il Due Giugno nella ripetizione del gesto un po' cerimonioso e rigido dell'élite statale, con i suoi riti militari e civili (che pure appartengono ad una pratica pressoché necessaria e inossidabile della retorica nazionale), significa staccarlo dalla gente e dalla memoria biologica di chi ancora ricorda l'ansia dello scrutinio e il senso di liberazione che seguì e la speranza suscitata dalla Costituente, in un'Italia povera e distrutta, ma ansiosa di costruire da sé il proprio futuro.

Se il Due Giugno non viene utilizzato per inoculare, di nuovo, il ricostituente della fiducia nella democrazia, intesa come unico strumento per fabbricare un pezzo dell'avvenire "nella giustizia e nella libertà" (come si sarebbe detto all'epoca, con parole prestate dal Risorgimento), a che serve la festa? Se il Due Giugno non costituisce una "ricorrenza confermativa" del patto unitario fra gli italiani, tanto più necessaria nell'imminenza di un Centocinquantesimo male impostato e peggio gestito - e il cui già smilzo bilancio finirà di sicuro per subire l'ulteriore sfregio dei tagli alla cultura -, a che giova esporre le bandiere, convocare in piazza gli alunni delle scuole, far risuonare gli ottoni delle bande?
 
Il PD è consapevole di dover promuovere, oggi quasi in solitudine, una pedagogia civica e civile che passa per i canali informali e minimi di una rialfabetizzazione democratica costruita attraverso piccoli gesti, atti di attenzione nei riguardi del patrimonio simbolico e dei monumenti, confronti fra generazioni, confronti fra culture, assunzione di un concetto di "pubblico" rimesso a nuovo e di nuovo proposto quale perno di un'azione collettiva degna di questo nome. Siamo consapevoli del fatto che nulla può essere dato per scontato e che l'abrasione dei valori repubblicani operata dalla mercificazione dei princìpi e dalla pervicace privatizzazione di ogni spazio della nostra vita pubblica perseguite dalla destra, rischia di ledere la stessa memoria culturale della nazione. Proprio per questo, occorre tornare a raccontare il Due Giugno; e spiegare come accadde che un mezzo migliaio di persone, diverse tra loro e del tutto prive, in maggioranza, di una reale esperienza parlamentare, compirono quell'autentico ed incredibile miracolo di equilibrio che è la nostra legge fondamentale. E, insieme a questo, bisogna dire come fu che molti tra loro, lavorando fianco a fianco, scoprirono la necessità di quel "patto costituzionale", insieme ordinamento e programma orientativo dei futuri governi democratici, indipendentemente dai risultati elettorali.

Il Due Giugno proietta sulla nostra Italia l'immagine di una classe dirigente che pare ai nostri occhi composta da giganti per il solo fatto che seppe costruire un solido scenario all'interno del quale poterono muoversi in libertà i diversi attori della Repubblica. Ripercorrere i passaggi di allora - senza tacere le complicazioni, le incomprensioni e anche le difficoltà che li segnarono - non è opera meramente erudita o celebrativa se, in una prospettiva critica e comparata, essa offre pure l'opportunità per identificare i limiti e le manchevolezze del lungo "ciclo" della destra al potere, in particolare per ciò che attiene la profonda trasformazione dello "spirito pubblico", del senso comune della gente, mercé la disintegrazione dei legami sociali e l'evocazione - a tratti paranoica - di un universo di piccoli mondi ripiegati su se stessi ed accomunati soltanto dalla solitudine e dalla paura.
           
Il Due Giugno, conclusione della "triade" festiva della democrazia italiana (col 25 Aprile e il 1° Maggio), è invece la certificazione documentata di un Paese diverso e possibile, che non appartiene alla sfera dei sogni e delle illusioni, ma che si è materialmente concretizzato, nella vicenda del nostro Paese, neppur molti anni fa: certificato scomodo e da occultare o trascurare, per chi governa le istituzioni pensando in cuor suo di sovvertirle; per noi testimonianza di una speranza che ogni primavera si rinnova nei nostri cuori e nelle nostre menti.


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