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Partito Democratico - Emilia-Romagna
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Verso l'Europa

3 marzo 2010


I lineamenti programmatici che il Pd presenta agli elettori circa le politiche culturali ed europee possono essere pienamente intese solo all'interno della cornice costituzionale. La Costituzione del 1948, infatti, identifica e argomenta con precisione quelle finalità di eguaglianza, libertà, convivenza civile, integrazione sociale che il Pd individua quali fondamenti valoriali dell'azione politica nella Repubblica

1. Il quadro di riferimento
I lineamenti programmatici che il Pd presenta agli elettori circa le politiche culturali ed europee possono essere pienamente intese solo all'interno della cornice costituzionale. La Costituzione del 1948, infatti, identifica e argomenta con precisione quelle finalità di eguaglianza, libertà, convivenza civile, integrazione sociale che il Pd individua quali fondamenti valoriali dell'azione politica nella Repubblica.
Che il tema costituzionale costituisca, di per sé, oggetto di promozione e di valorizzazionepresso le diverse generazioni - dai giovani, nell'ambiente scolastico; agli adulti, in connessione con il discorso pubblico proposto dal Presidente della Repubblica; agli anziani, quando si tratta di mantenere viva la memoria della Resistenza e della prima Ricostruzione -, è, per il Pd, considerazione del tutto ovvia. Altrettanto ovvia, ma meritevole di ulteriore approfondimento, pare la declinazione del dettato costituzionale nella fase d'ispirazione delle azioni e delle politiche concrete. Indirizzate verso quali assi? Se ne sono individuati tre, in via prioritaria: la cultura nazionale, quella tradizionale e quella dei migranti. Alle quali vanno poi aggiunti e uniti i più peculiari temi europei.

2. L'asse nazionale
Il 150° dell'Unità d'Italia rappresenta una formidabile occasione per riprendere, ad un secolo e mezzo di distanza, i temi classici della vita italiana, guardati dalla parte del territorio regionale e della realtà locali. L'Emilia-Romagna nasce, come compartimento statistico, proprio nel momento in cui il paese si unifica. Di più: i governi provvisori, nel corso del 1859, compiono il grande sforzo di omologare, utilizzando lo strumento del patriottismo e della lettura "italiana" delle varie "periferie" in cui si articola l'area fra il Po e l'Appennino, ambienti e contesti municipali molto diversi e assai poco integrati fra loro. Il caso dell'Emilia-Romagna è unico nel pur variegato contesto della penisola, poiché costituisce l'esempio di un'unità potenzialmente amministrativa - e comunque vitale, sia pure, e per oltre un secolo, solo come modello culturale e contenitore statistico-elettorale - sorta da ben tre esperienze statuali preesistenti.
La vicenda dell'Emilia-Romagna disegna bene, nell'ambito della regione, i processi di assimilazione, omologazione, interdipendenza connessi alla formazione della struttura nazionale: e a partire da questa considerazione del tutto peculiare e straordinaria, essa va "narrata" ai cittadini. L'occasione è davvero irripetibile e va colta tanto nella ricostruzione di una memoria risorgimentale spesso dispersa e frammentaria, dal basso, a livello di borgo e di città, quanto nella rivisitazione degli sforzi in direzione di un governo territoriale più vasto e compatto, compiuti proprio a partire dalla conclusione del grande triennio "miracoloso", 1859-61.

3. L'apertura al mondo
Esiste, poi, l'esigenza pressante di costruire ponti culturali con l'arcipelago variegato delle comunità dei migranti insediate nelle nostre città. Le esperienze più significative, che in genere hanno visto per protagonisti l'associazionismo e il terzo settore, devono essere affiancate da progetti più organici, che consentano uno scambio effettivo di esperienze, a livello di contesto civico e territoriale. Le modalità possono differire nella forma, a seconda 14 della strutturazione identitaria delle comunità accolte e di quelle già residenti, e quindi prevedere l'utilizzo di mezzi quali la musica, il cinema, la gastronomia, per poi approcciare profili più sofisticati, come quelli artistici, letterari e antropologici. La capacità della Regione d'indirizzare, attraverso l'offerta di opportuni modelli di partecipazione, questi incontri, misura l'intensità dell'antidoto inoculato nel corpo di una società locale per lo più prigioniera di facili stereotipi. Le considerazioni astratte sul dovere democratico ed umano ll'apertura e dell'accoglienza potrebbero, così, essere corroborate da una robusta prassi i "mediazione di massa", alimentata dalla partecipazione dal basso ma guidata da corrette analisi dei processi culturali più opportuni a seconda degli ambienti, delle reti d'integrazione, dei fattori di disgregazione del legame sociale.

4. La memoria della tradizione
La cultura folklorica e tradizionale, alla cui conservazione la Regione si è dedicata attraverso campagne di censimento e operazioni museali per lo più ispirate e organizzate dall'Ibc, lungi dal costituire solo il retaggio di un mondo contadino un tempo preponderante, necessita di un'accurata "manutenzione". Sul tronco dell'identità locale perduta - vera o presunta - si è infatti avvitata in anni recenti una pseudo-cultura del "nativismo", dai connotati assai pericolosi per la tenuta delle forme d'integrazione democratica così come di quella "civiltà dell'eguaglianza" che possiamo individuare alla radice delle diverse sub-culture politiche di massa regionali dell'ultimo secolo e mezzo. La distorsione della rappresentazione folklorica del passato - tra l'altro sovente del tutto estranea alla sensibilità e alla profondità degli autentici studiosi delle tradizioni, dei dialetti, delle memorie "periferiche" - non deve essere subita dal Pd come un effetto collaterale di una campagna di propaganda messa in campo da componenti iper-autonomiste e razziste dello schieramento politico: essa rappresenta un vero rischio per la stessa tenuta dell'identità regionale.
Perché? Perché, facendo leva sui facili luoghi comuni sorti in ambienti assai più omogenei, autoreferenziali e monovaloriali dei nostri, essa veicola una lettura del tutto falsa e semplificata del processo sociale, alla quale occorre opporre la ricchezza, la varietà e la complessità delle diverse culture regionali. Pare quindi opportuna un'opera di valorizzazione e di ampia divulgazione dei regionalismi culturali emiliano-romagnoli intesi al plurale, secondo geometrie varabili e confini perennemente instabili: per trarre dalla comparazione e dall'identificazione delle regolarità e delle "dissimiglianze" locali utili elementi per comprendere le dinamiche attraverso le quali la nostra Regione è divenuta un crogiuolo d'identità in continuo assestamento. Anche in questo caso, pare opportuno segnalare, accanto ai filoni già battuti a livello di ricerca, forme di socializzazione più fluide e ad ampio spettro, sorvegliate da un'adeguata correttezza metodologica, per contrastare o disciplinare la proliferazione indiscriminata di "leggende d'origine" territoriali che alligna in molti ambienti locali, rurali o urbani.
Va indicato, fra i regionalismi culturali maggiormente bisognosi di attenzione, quello romagnolo, sia per la vastità e diffusione del fenomeno, sia per la sua durata nel tempo, sia, infine, per la politicizzazione di cui è stato fatto oggetto, ai partire dai primi anni Ottanta del Novecento, prima da un movimento a sfondo autonomista (ma formalmente apartitico), poi da partiti politici strutturati, fra i quali la Lega. Alla "narrazione" semplificata della Romagna va opposta una capillare offerta di autentica cultura romagnola, dal dialetto alla gastronomia, dalla letteratura all'arte, dalla storia locale alla memoria delle amministrazioni democratiche, popolari, socialiste, comuniste, che hanno tessuto e costruito il legame sociale tuttora alla base delle forme più compatte e motivate di partecipazione e di senso civico.
Nel centenario della morte di Andrea Costa il riferimento a questo patrimonio di sapere amministrativo e di dedizione alla causa dell'eguaglianza e dell'integrazione sociale 15 sembra particolarmente significativo.

5. Le azioni
Un quadro di fondo, una cernita degli assi, non esaurisce com'è ovvio la riflessione sulla proposta culturale del Pd, che, in ambito regionale, prevede azioni e istituzioni. Quanto alle seconde, è appena il caso di citare la complessa trama composta da una rete fatta di nodi centrali e d'interventi territoriali, pensati per contesti nei quali la produzione culturale autoctona sarebbe impossibile per la dimensione della comunità o per la mancanza di risorse disponibili. Questa infrastrutturazione, per quanto impegnativa sotto il profilo economico, ha contribuito a consolidare una partecipazione diffusa ai processi culturali, che spesso è andata di pari passo con l'attenzione alla forma urbis, con la salvaguardia del paesaggio, con la conquista - da parte di quote crescenti di cittadini - di un senso identitario della "bellezza" (per dirla con un vocabolo forse un po' abusato e rétro, ma di certo immediatamente riconoscibile) pubblica, talvolta connotata dagli stessi spazi vuoti delle città o dallo skyline dei paesi.
Per ciò che concerne le azioni, il ventaglio è ampio. Esse non possono prescindere dal coinvolgimento diretto degli Enti locali, tanto nella fase di comunicazione più "alta" e qualificata, quanto nella fase più "partecipata" e popolare. In secondo luogo, è poi opportuno distinguere fra quelle azioni che possono essere supportate da una forte interfaccia istituzionale - basi pensare alle operazioni possibili sul versante della culturale nazionale - da quelle che, viceversa, sono da costruire attraverso apposite sperimentazioni: si pensi, fra l'altro, a tutto il tema della cultura dei migranti, di cui si è testé parlato.
Infine, una politica culturale non può prescindere da elementi di valutazione. Posto che ciò di cui si parla non è tanto il processo di crescita culturale individuale, da lasciare al libero arbitrio della persona, ma gli effetti sociali e collettivi delle dinamiche culturali, il "lavoro" svolto deve trovare riscontro in necessari momenti di verifica, a breve o a medio termine. Tali momenti non sono oggetto, nel contesto attuale, di particolare attenzione, anche a causa della difficoltà di studiare indicatori efficaci. Ciò nondimeno, uno sforzo di analisi in questo senso, anche per misurare il riflesso dell'investimento regionale, rappresenta un obiettivo da perseguire nella prossima legislatura.

6. Verso l'Europa
Se gli assi appena delineati possono offrire alcuni spunti per un programma nel quale la politica culturale risponda ai principi costituzionali di libertà e d'integrazione sociale, è comunque con il contesto europeo che la Regione deve misurarsi, "allenando" i propri cittadini non solo alla competizione internazionale, ma anche alle possibilità formative e di crescita concretamente offerte dall'Unione.
In questo senso, il fatto che l'Emilia-Romagna si rappresenti come una realtà in grado di misurarsi con le regioni più sviluppate d'Europa, impone al livello di governo una straordinaria attenzione ai processi di europeizzazione dei nostri contesti territoriali. In che senso? Da un lato, favorendo la conoscenza diffusa delle istituzioni comunitarie, della vicenda comunitaria e, soprattutto, delle prospettive di rafforzamento - nonostante le difficoltà - dei legami potenzialmente esistenti in seno all'Unione (in una prospettiva che da mista, quale è attualmente, possa evolvere in senso apertamente federalista).
Dall'altro, offrendo a imprese, lavoratori e studenti concrete occasioni per "europeizzarsi", utilizzando gli strumenti di scambio o di promozione già oggi esistenti.
La prospettiva dell'Unione, inoltre, va giocata anche sul terreno delle grandi scelte politiche a scala continentale: dalle opzioni ambientali alla causa umanitaria, dalla concentrazione di grandi istituzioni di ricerca nei settori più avanzati e promettenti (quello 16 energetico, quello biomedico, quello dell'Ict...) al potenziamento delle politiche d'integrazione. La Regione, puntando sull'Europa, opta di fatto per una "politica estera" che non può risolversi nella tradizionale retorica europeista, ma deve dar vita ad un autentico, profondo processo di europeizzazione delle istituzioni, delle imprese, delle agenzie sociali e formative.
L'Europa, in qualche modo, costituisce oggi un parametro di riferimento ineludibile sul quale misurare l'efficacia/efficienza delle nostre politiche; essa deve diventare l'elemento dinamico che modifica dall'interno tali politiche, contribuendo a costruire modelli culturali, organizzativi e sociali non per negoziazione o assimilazione, ma attraverso la creazione di un autentico, nuovo "pensiero istituzionale" a scala continentale. Dal momento che ciò è avvenuto centocinquant'anni fa con la Nazione e quaranta anni fa con la Regione, non si vede il motivo per cui - in un contesto territorialmente avanzato come l'Emilia-Romagna -, un simile esperimento non possa essere di nuovo tentato con una concreta possibilità di successo.


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